Costa Concordia: la compagnia sapeva della pratica dell'inchino. I verbali degli ufficiali a bordo

Inchini all'isola del Giglio nelle ultime tre crociere

lunedì 23 gennaio 2012, 10:04
Foto ANSA/MAURIZIO DEGLINNOCENTI

Foto ANSA/MAURIZIO DEGLINNOCENTI

La compagnia sapeva dell'inchino al Giglio (e non era la prima volta), la nave si è arenata non per una manovra d'emergenza di Schettino ma per pura casualità e la Costa era stata informata da subito della collisione: è quanto hanno detto ai pm gli ufficiali di bordo della Concordia secondo i verbali pubblicati oggi dal quotidiano Repubblica.
I verbali di interrogatorio degli ufficiali "in plancia" della "Concordia" documentano definitivamente, tre verità possono essere definitivamente date per acquisite.
La prima: la nave partì da Civitavecchia sapendo di dover "inchinare" al Giglio e la manovra si trasformò in una catastrofe in una ponte comando ridotto a platea.
La seconda: dopo l'impatto con il granito dell'isola, non ci fu nessuna "brillante manovra" per avvicinarsi a terra. La nave, ingovernabile, andò alla deriva spinta dal Grecale e dalla rotazione impressa dalla disperata manovra di emergenza per evitare la collisione.
La terza: Schettino fu messo nelle condizioni di comprendere immediatamente la gravità di quanto era accaduto. E ciò nonostante ritardò di oltre un'ora l'ordine di "emergenza generale", prima. Di "evacuazione", poi.

Al pm Stefano Pizza che la interroga il pomeriggio del 14 gennaio, Silvia Coronika, terzo ufficiale in coperta, racconta: "Quella notte ero di guardia in plancia. Il comandante, a circa 4 miglia dal Giglio, è salito sul ponte e ha disposto quasi subito l'inserimento della navigazione manuale.
"Perché - disse - bisogna eseguire un'accostata a dritta".
L'accostata era stata prevista da Schettino sin da prima della partenza da Civitavecchia ed annotata sulla carta nautica e registrata sul sistema di navigazione integrato (...) Il comandante voleva avvicinarsi per fare l'inchino. Cioè per salutare da più vicino il comandante Palombo che abita al Giglio. Ha manifestato questa sua intenzione a Simone Canessa, l'addetto alla cartografia. Di questo sono certa. Sul ponte di comando, il comandante gli disse: "Vieni qua, che dobbiamo tracciare una rotta per passare vicino al Giglio e fare un inchino"". Del resto, non è una prima volta, come riferisce Alberto Fiorito, ufficiale addetto alla sala macchine, ai pm Giuseppe Coniglio e Maria Navarro. "L'inchino non viene fatto sempre, ma parecchie volte. Sicuramente, le ultime tre volte nella tratta Civitavecchia-Savona, è stato fatto".
Ricorda ancora la Coronika: "Le persone presenti sul ponte di comando al momento dell'accostata, salite con Schettino disturbavano le manovre con un conseguente calo di attenzione. Erano presenti, tra gli altri, il maitre (Antonello Tievoli ndr.) e l'hotel director Manrico Giampetroni (il sopravvissuto ritrovato tre giorni dopo il naufragio e di cui il presidente del senato Schifani ha voluto omaggiare nei giorni scorsi "l'eroismo" ndr.), che continuava a chiedere "Che isola è?"".
Alle 21.42, l'impatto, che la Coronika vede dalla plancia.
Pochi minuti dopo, la prima bugia di Schettino, che lei ascolta distintamente: "La capitaneria di porto ci chiese se ci fossero problemi a bordo e il comandante ordinò all'ufficiale preposto alla radio di dire che c'era solo un black-out. Ci chiesero se avevamo bisogno di assistenza e quello rispose: "Al momento, no". Non ricordo, a quel punto, se il comandante avesse dato qualche ordine. Andava da una parte all'altra della plancia per il panico". Nessuna manovra per mettere in salvo la nave e i suoi passeggeri, dunque. Che, come si voleva far credere, sarebbe stata miracolosamente condotta con il solo timone, la forza della corrente e "l'effetto perno" delle ancore. Dalla scialuppa che la porta in salvo verso il Giglio, la Coronika osserva infatti "la nave già sbandata con la prua verso il porto.
Una posizione che era stata assunta senza che avessi sentito ordini dal comandante al riguardo. Al timoniere o alle macchine". Una circostanza, quella dell'assenza di manovra, che conferma anche il comandante in seconda, Roberto Bosio: "Schettino mi disse di dare fondo alle ancore. Prima quella di destra e qualche minuto dopo, quella di sinistra. Con la nave ormai completamente ferma e con un angolo di sbandata di cinque gradi".

Sostiene Schettino che gli ci volle del tempo per verificare la gravità di quanto era accaduto. Che, nei suoi conciliaboli con Roberto Ferrarini, marine operator di Costa, il problema era quello di evitare di essere "sad and sorry". Di anticipare, senza ragione, l'evacuazione della nave. Bene, racconta Alberto Fiorito ai pm. "Tutto si mise a tremare. Ho capito che avevamo preso qualcosa. Scendendo la rampa del ponte B, nei locali del generatore di prora, ho aperto la porta e ho visto lo squarcio nella fiancata della nave. E l'acqua che entrava... Nel giro di due minuti era già tutto allagato. Ho aperto la porta del quadro elettrico generale, ma c'erano già quasi due metri d'acqua. Giuseppe Pillon (altro ufficiale in sala macchine ndr.) mi ha chiesto di aspirare. Ma era già tutto sommerso d'acqua e le pompe non giravano. Le porte stagne erano chiuse e Pillon parlava con il ponte. Abbiamo contato che cinque locali erano allagati e sappiamo che la nave può reggere fino a tre locali allagati". Pillon conferma i ricordi di Fiorito e aggiunge un dettaglio cruciale: "Ho dato la situazione al comandante Schettino. Gli ho detto che sala macchine, quadro elettrico e zona poppiera della nave erano allagate. Gli ho detto che avevamo perso il controllo della nave. Che al suo interno c'era un pezzo di scoglio. A volte ho parlato con il comandante, altre volte con un altro ufficiale". Che aspettava Schettino? Parlava con Ferrarini di Costa. Forse preoccupato, come lui, di essere "sad and sorry".
(Fonte - Repubblica.it)

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