Acqua potabile: un diritto riconosciuto che a oltre due miliardi di persone resta negato

14 Luglio 2026   09:00  

Il 28 luglio 2010 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari come un diritto umano, essenziale per il pieno godimento della vita. La dichiarazione si rivolge ogni abitante del pianeta, ma a oltre quindici anni di distanza più di 2 miliardi di persone non dispongono ancora di una fonte sicura a portata di mano.

Per capire quanto sia ampio il divario tra il principio affermato e le condizioni reali di accesso occorre partire da come la comunità internazionale ha tradotto quel riconoscimento in impegni concreti, per poi osservare i dati che ne misurano lo stato di attuazione, le aree del mondo più colpite e le conseguenze sanitarie che la mancanza di acqua sicura porta con sé.

 

Dal riconoscimento del 2010 all'Obiettivo 6 dell'Agenda 2030

Il riconoscimento del 2010 ha trovato pochi anni dopo una collocazione più strutturata. Nel 2015 quel principio è entrato a far parte dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il piano d'azione sottoscritto dai Paesi membri delle Nazioni Unite e articolato in diciassette obiettivi. Il sesto, noto come Obiettivo 6, fissa un traguardo preciso: garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie entro il 2030.

In particolare, viene stabilito che l'acqua deve essere sicura, cioè priva di contaminanti, accessibile in modo equo, cioè raggiungibile a costi sostenibili da tutta la popolazione e gestita in modo sostenibile, senza esaurire le risorse disponibili per il futuro. 

La coesistenza tra questi tre piani è fondamentale, perché in molti contesti la risorsa è fisicamente presente ma manca una delle altre due condizioni e questo basta a escludere intere comunità dall'accesso effettivo. Un bacino può trovarsi a chilometri di distanza, una falda può essere contaminata, una rete idrica può servire soltanto i centri urbani lasciando scoperte le campagne: in ciascuno di questi casi l'acqua esiste, ma non può essere sfruttata appieno.

 

Quando l'acqua si può definire potabile

Se uno dei tre requisiti dell'Obiettivo 6 è la sicurezza dell'acqua, vale la pena chiarire che cosa renda un'acqua effettivamente sicura, perché si tratta di un parametro tecnico definito con precisione. A stabilirlo è l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che nelle sue Guidelines for drinking-water quality individua le condizioni che un'acqua deve rispettare per essere considerata da bere.

Le condizioni si articolano su due livelli. Il primo riguarda la composizione e comprende tre profili: quello microbiologico, che impone l'assenza di organismi nocivi come virus e batteri; quello chimico, che esclude la presenza di sostanze pericolose come arsenico e mercurio; e quello radiologico, che verifica l'assenza di condizioni capaci di alterare le caratteristiche dell'acqua. Il secondo livello riguarda invece la percezione di chi beve, e comprende tre parametri organolettici, ovvero sapore, odore e colore, che ne determinano l'accettabilità.

 

Progressi reali, disuguaglianze persistenti

Per quanto riguarda la percentuale di persone che ha attualmente accesso all’acqua potabile, si sono registrati alcuni, piccoli progressi. Tra il 2000 e il 2017 l'accesso ai servizi di base per l'acqua potabile ha raggiunto 1,8 miliardi di persone che prima ne erano prive, e ottanta Paesi hanno superato il 99 per cento di copertura dei servizi, grazie a investimenti e progetti mirati nelle aree meno servite.

Questo avanzamento, però, non si distribuisce in modo uniforme, e per inquadrarlo correttamente bisogna sempre ricordare che la quantità di acqua dolce disponibile sulla Terra è minima rispetto alla massa idrica totale, e la sua distribuzione è diseguale tra le diverse regioni del mondo. 

Attualmente, le aree più colpite da carenza di acqua potabile sono l'Oceania, l'Africa subsahariana, la zona del Caucaso e l'Asia centrale, territori in cui la combinazione di clima difficile, povertà diffusa e infrastrutture insufficienti rende l'accesso a una fonte sicura un problema quotidiano.

In questi contesti, le conseguenze della carenza idrica non si fermano alla disponibilità di acqua da bere, ma si estendono all'alimentazione: per una famiglia che vive di agricoltura di sussistenza, infatti, un periodo prolungato di siccità comporta la perdita del raccolto e del bestiame, e con essi la possibilità di nutrirsi: la carenza d'acqua incide così direttamente sull'accesso al cibo, in una catena che lega la disponibilità idrica alla sicurezza alimentare delle comunità. 

Allo stesso modo, dove l'acqua scarseggia, il compito di procurarsela ricade spesso sulle donne e sui bambini, costretti a percorrere lunghe distanze con pesanti contenitori, un tempo sottratto alla scuola e alle altre attività quotidiane. L’assenza di acqua gestita in modo sicuro impatta quindi sull'intera organizzazione della vita di una comunità, e non soltanto sulla salute.

 

Il nodo dei servizi igienici

Il diritto all'acqua non si esaurisce nella disponibilità di acqua da bere, ma comprende anche l'accesso ai servizi igienico-sanitari, una dimensione che il riconoscimento del 2010 mette esplicitamente sullo stesso piano. 

Attualmente, circa 2 miliardi di persone ricorrono ancora a latrine a cielo aperto, condivise e senza controllo, e il 70% di queste vive in aree rurali, dove le infrastrutture arrivano con maggiore difficoltà.

Anche su questo fronte i numeri segnalano un miglioramento, che però va letto con attenzione perché nasconde una dinamica meno lineare. La quota di chi è costretto a espletare i propri bisogni all'aperto è scesa dal 21 al 9% a partire dal 2000, ma in alcune aree, come l'Africa subsahariana, il numero assoluto di persone in queste condizioni è aumentato, perché la crescita demografica ha superato il ritmo dei miglioramenti. 

Un dato percentuale in calo può quindi accompagnarsi, sullo stesso territorio, a un numero di persone coinvolte in crescita.

 

Le conseguenze sanitarie dell'acqua contaminata

Disporre di acqua proveniente solo da fonti non protette e contaminata dalle falde determina conseguenze rilevanti sul piano della salute. 

Nel mondo 748 milioni di persone si procurano acqua da fonti non sicure, e di queste 173 milioni la prelevano direttamente da fiumi, ruscelli e stagni, mentre il resto attinge da pozzi aperti o da sorgenti non protette.

Si tratta di fonti spesso responsabili della trasmissione di numerose malattie. L'acqua contaminata veicola virus, batteri, alghe e protozoi che si propagano lungo i corsi d'acqua ed è all'origine di patologie classificate tra le malattie della povertà, definite così perché trovano terreno fertile nelle condizioni di indigenza estrema, dove si accompagnano spesso a denutrizione e infezioni. La portata del fenomeno emerge dai dati sulla mortalità. 

Ogni anno 829.000 persone muoiono a causa della diarrea, una malattia di per sé curabile, e tra le patologie più gravi legate all'acqua contaminata figurano colera, epatite e poliomielite. A pagare il prezzo più alto sono i bambini: secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Drinking-water, 2022), la morte di 297.000 bambini sotto i cinque anni potrebbe essere evitata ogni anno garantendo l'accesso a fonti sicure.

 

Trasformare un principio in infrastruttura

Alla luce di un contesto in cui il diritto all’acqua potabile resta riconosciuto ma non realizzato, un contributo fondamentale in questi Paesi è quello che arriva dalle organizzazioni internazionali indipendenti che intervengono direttamente nelle comunità colpite. Si tratta di realtà come ActionAid che grazie ai programmi di adozione a distanza sostiene in modo continuativo progetti orientati a soluzioni durature nelle aree più esposte alla crisi idrica.


Per esempio, una delle attività su cui si concentra l’organizzazione, nelle comunità in cui è presente, è la costruzione di pozzi e di infrastrutture idrauliche destinati all'uso domestico, all'agricoltura e all'allevamento. Si tratta di un intervento determinante per contribuire a ridurre le malattie e la mortalità infantile, restituire ai bambini il tempo oggi impiegato per procurarsi l'acqua, sostenere la produzione agricola locale e rafforzare l'autonomia delle famiglie. 

L’organizzazione al contempo si occupa di organizzare periodicamente campagne di sensibilizzazione sulle conseguenze dell'utilizzo di acqua non potabile, per sottrarre la collettività a tutti i rischi che ne derivano.

 

Un diritto che chiede di essere mantenuto

A quindici anni dal riconoscimento delle Nazioni Unite, l'accesso all'acqua rimane quindi uno degli indicatori più diretti delle disuguaglianze globali. I progressi registrati mostrano che il divario può essere gradualmente ridotto e che l'obiettivo fissato per il 2030 resta raggiungibile, tuttavia sarà fondamentale che al fianco delle organizzazioni internazionali indipendenti si pongano le Istituzioni di tutto il Mondo, in grado di dare un’accelerazione determinante attraverso investimenti e interventi mirati. 


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