Ci sono fumetti che hanno ricevuto premi, recensioni entusiaste e riconoscimenti importanti. Serie considerate innovative, coraggiose, perfino destinate a lasciare un segno. Eppure, nonostante il favore della critica, molte di queste pubblicazioni sono state chiuse, ridimensionate o interrotte perché i lettori hanno progressivamente smesso di comprarle.
È un paradosso soltanto apparente. Nel fumetto seriale, infatti, il valore artistico e la sopravvivenza commerciale non coincidono necessariamente. Una testata può essere apprezzata dagli addetti ai lavori, costruire un pubblico molto fedele e diventare, anni dopo, un’opera rivalutata o di culto. Ma se le copie vendute non raggiungono una soglia sufficiente, l’editore può decidere comunque di fermarla.
È accaduto a diverse serie Bonelli e a numerosi bonellidi pubblicati da altri editori. Alcuni titoli hanno avuto il tempo di preparare un finale; altri sono stati chiusi bruscamente, lasciando storie annunciate, episodi incompleti o linee narrative mai sviluppate. In molti casi, soltanto dopo la cancellazione il pubblico ha iniziato a riconoscerne pienamente il valore.
Questo è quindi il racconto di fumetti che non sono scomparsi perché mancavano di qualità, ma perché, nel momento decisivo, sono mancati gli acquirenti. Opere spesso lodate, successivamente riscoperte e oggi ricordate con nostalgia, che hanno pagato la distanza tra ciò che la critica celebrava e ciò che il pubblico era realmente disposto a comprare.
Per comprendere davvero la stagione dei fumetti nati sul modello editoriale Bonelli, un riferimento fondamentale è 16×21 – L’era dei bonellidi, saggio di Francesco Fasiolo e Andrea Guglielmino, pubblicato da Bugs Comics nel novembre 2023. Il volume conta 240 pagine e prende il titolo dalle dimensioni che, nell’immaginario dei lettori, hanno identificato per decenni il classico albo popolare italiano.
Il libro ricostruisce il periodo in cui, soprattutto dopo l’esplosione commerciale di Dylan Dog, le edicole furono occupate da decine di testate che riprendevano formato, periodicità e impostazione narrativa delle collane Bonelli, pur essendo pubblicate da altri editori. Non si limita però ai semplici “cloni” dell’Indagatore dell’Incubo: attraversa fumetti horror, fantascientifici, western, noir, serie d’avventura e pubblicazioni antologiche, seguendo il fenomeno dagli anni della sua massima espansione fino alle esperienze più recenti.
Il valore del saggio risiede soprattutto nella profondità della ricerca. Attraverso schede dedicate alle singole testate, riflessioni sul mercato e interviste ai protagonisti, Fasiolo e Guglielmino mostrano cosa accadeva dietro quelle pubblicazioni: i tentativi di inseguire il successo Bonelli, le tirature iniziali, i cambiamenti imposti dalle vendite, le serie ridimensionate e quelle cancellate lasciando episodi già annunciati o addirittura completati. Il volume è inoltre accompagnato da una storia a fumetti scritta da Giovanni Barbieri e disegnata da Fabio D’Auria, che recupera lo spirito di quella stagione editoriale.
Per gli appassionati rappresenta quindi un archivio prezioso; per i semplici curiosi apre uno spaccato poco conosciuto dell’editoria italiana, quando il formato Bonelli divenne quasi un linguaggio comune dell’edicola. Molti dei dati, delle numerazioni e delle informazioni sulle chiusure riportati in questo articolo provengono proprio da 16×21 – L’era dei bonellidi, che approfondisce queste dinamiche molto più estesamente di quanto sia possibile fare in una singola ricostruzione.
Queste testate furono fermate, ma non possono essere definite propriamente “incomplete”:
Sono questi i casi più vicini alla definizione letterale di opera “spezzata”.
Il successo commerciale non coincide necessariamente con il valore artistico di un fumetto, così come un’accoglienza critica positiva non garantisce la sopravvivenza di una testata. A determinare le vendite possono contribuire molti fattori: il momento favorevole, la forza promozionale dell’editore, la riconoscibilità del personaggio e quell’hype capace di concentrare l’attenzione del pubblico nelle prime settimane. Un’opera più complessa, meno immediata o sostenuta da una comunicazione debole può invece scomparire prima di trovare i propri lettori.
Durante quella che potremmo definire la “Bronze Age” del fumetto popolare italiano, tra gli anni Novanta, Duemila e parte del decennio successivo, l’edicola conservava ancora una funzione centrale. Bonelli e bonellidi potevano confrontarsi con un pubblico ampio, curioso e disposto a provare nuove serie. Molte chiudevano comunque presto, ma lo spazio culturale dedicato al fumetto era più esteso e la possibilità di costruire gradualmente un seguito appariva concreta.
Oggi siamo entrati in una fase che potremmo chiamare “Reprint/Variant Age”: ristampe, edizioni celebrative, copertine alternative e prodotti rivolti al collezionismo occupano una parte crescente dell’attenzione. In questo scenario, segnato dalla contrazione delle edicole, dalla frammentazione del pubblico e dall’aumento dei prezzi, il percorso di una nuova serie popolare è diventato ancora più difficile. Il lettore acquista meno titoli, seleziona maggiormente e spesso preferisce personaggi già conosciuti.
Il paradosso è che numerosi fumetti realizzati da maestri riconosciuti, premiati in manifestazioni prestigiose da giurie autorevoli, sono stati rivalutati soltanto molti anni dopo la chiusura. A riscoprirli è soprattutto quella nicchia rimasta fedele al mezzo, che attraverso ristampe e volumi da libreria recupera opere ignorate al momento dell’uscita. Ma si tratta di una riscoperta inevitabilmente limitata: la crisi del settore e i costi sempre più elevati rendono difficile trasformare il culto tardivo in un vero ritorno popolare.
Resta quindi una distinzione fondamentale: le vendite raccontano quanto un fumetto sia stato comprato in un determinato momento; non stabiliscono, da sole, quanto quel fumetto valga o quanto possa durare nel tempo.