Ricominciare dalla libertà: domani il May Day tra le macerie

Delegazioni dall'Irpinia e da San Giuliano

01 Maggio 2009   13:16  

Il May day è da anni un appuntamento importante per i giovani e i tanti studenti che vivono a L'Aquila. Giornate di arte, musica, dibattiti e socializzazione, che si svolgevano nel Parco del castello, oggi interdetto a causa del terremoto. Il May day è stato inoltre da sempre un evento completamente autofinanziato, che non ha mai chiesto un euro a sponsor pubblici e privati, sempre generosi nel finanziare invece eventi e manifestazioni delle varie gerontocrazie culturali cittadine. Una manifestazione guardata forse anche per questo con un certo sospetto. Domani il May day (after) si svolgerà nel parco dell'Unicef di via Strinella, su un prato fiorito tra i palazzi disabitati. E sarà un giorno molto importante il vista della rinascita della città, per nulla scontata.

A partire dalle ore 18.30 ci sarà musica, teatro e arte varia, con La Piccola Orchestra La Viola, di Roma, Gaspare Balsamo, attore teatrale siciliano, il chitarrista- vocalist aquilano Fabio Juliano, La Compagnia aquilana di canto popolare, i Finti Illimani di Napoli, la Jam session blues di L'Aquila. Prevista una sobria spaghettata per tutti, con sugo, pasta e vino offerti da tanti amici che arriveranno da Roma e dalla costa adriatica. infine una degustazione di prodotti locali e genuini da agricoltura kilometro zero.

Per tanti giovani sarà l'occasione di incontrarsi e spezzare un sempre più soffocante isolamento determinato dalla diaspora post sismica nelle varie tendopoli, poche delle quali hanno luoghi di socializzazione e permettono la libertà di movimento e pensiero necessaria ad evitare il progressivo inebetimento causato da una condizione di vita quotidiana molto simile all'ospedalizzazione e segnata da una pericolosa inedia.

Chi domani sarà a Via Strinella sono giovani che hanno deciso di rimanere a L'Aquila,
che vogliono ricostruire la città su nuovi valori e fondamenta (ovviamente antisismiche), che non vogliono assistere passivamente ad una ricostruzione, che rischia di diventare monopolio dei soliti potentati economici, compresi quelli, tutti aquilani, che pesanti responsabilità hanno nel modo in cui per decenni a L'Aquila si è costruito (e distrutto)

Sono nella maggior parte dei casi lavoratori precari, saltuari e sottopagati, sono studenti che da anni vivono a L'Aquila, in case pericolanti affittate (in nero) a prezzi usurai, che si pagavano gli studi lavorando in nero nelle pizzerie, nei negozi e nei bar del centro che non esiste più, che contribuivano al Pil cittadino senza avere diritti di cittadinanza e residenza, e che dunque non potranno godere di nessun aiuto o ammortizzatore sociale previstO nelle misure post-sisma. Ci sarÀ anche qualche ragazzo della Protezione civile, lavoratori precari che qui a L'Aquila sono venuti a spese loro, comprandosi anche la divisa.

Ci saranno, a partire dalle ore 15.00 esponenti del Comitato dei genitori dei bambini della scuola di San Giuliano di Puglia.
Sette anni fa il terremoto a San Giuliano fece vittime i bambini della scuola elementare. Sei anni dopo il sisma che colpì duramente i comuni dei Monti Dauni: Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio, Castelnuovo della Daunia, Celenza Valfortore Serracapriola e Carlantino, interi edifici sono ancora puntellati. E centinaia di persone ancora senza un tetto. A Celenza Valfortore sono una cinquantina le persone che devono fare rientro nelle proprie case mentre le unità abitative su cui realizzare interventi di ripristino dell' agibilità sono in tutto una trentina. «I fondi - ha detto Francesco Santoro, sindaco di Celenza - arrivano con il contagocce». Da sei anni a questa parte sono stati finanziati soltanto interventi per 19 appartamenti, con uno stanziamento di quasi tre milioni di euro. Restano ancora senza intervento, oltre ad altre 20 abitazioni, 71 fabbricati rurali. I nuclei familiari che sono ancora fuori dalle proprie case sono 21, per un totale di 51 persone (subito dopo il sisma i nuclei familiari erano 42 per circa 95 persone senza tetto. E non basta, ecco, come il giornalista Fierro su l’Unità descrive il ‘modello Molise’: “Iorio, il presidente Pdl della Regione Molise, sotto inchiesta da parte della Corte dei Conti e della procura di Larino, cavalcò l’onda. Il terremoto aveva distrutto San Giuliano e ferito pochi altri comuni ma lui allargò l’area del danno e soprattutto dei benefici”. Fierro definisce questo sistema come ‘una corsa ai finanziamenti che fece impazzire tutti’. E il giornalista continua anche con l’elencazione degli sperperi, che sono all’esame della Corte dei Conti e della Procura: “200mila euro per il Museo del Profumo a sant’Elena Sannita, 250mila per il ripopolamento della seppia nel mare molisano, 100mila per incentivare la vocazione della patata turchesca di Pesche. […] Fino ad arrivare alla madre di tutte le opere pubbliche e delle spese: 765mila euro per progettare la metropolitana leggera Matrice-Campobasso-Bojano”. Fierro dice pure com’è finita. Mentre Berlusconi, quasi a rete unificate continua con i suoi annunci, la gente di San Giuliano, dopo sette anni, ancora vive nelle baracche di legno. “Dei 550 milioni stanziati – conclude il giornalista de l’Unità – solo 176 sono stati utilizzati per la ricostruzione. Il resto è spreco”.

A seguire un dibattito pubblico con protagonista il
Comitato familiari vittime della casa dello studente.

La portavoce del Comitato si chiama Antonietta Centofanti, vive in una tenda montata davanti a un villino di amici molto cari alla periferia dell’Aquila. Vive da terremotata insieme a Grazia Malatesta, la mamma di Davide, 19 anni, il ragazzo di Vasto che sognava di diventare ingegnere ma è morto tra le macerie della casa dello studente. Vive con un obiettivo da raggiungere a tutti i costi: «Chi ha sbagliato deve pagare». Antonietta Centofanti passa il suo tempo al telefono perché non ha un minuto da perdere. Contatta avvocati, esperti, familiari di vittime e su un’agenda raccoglie decine notizie perché è la donna che ha creato il «Comitato dei familiari della vittime della casa dello studente». E’ rimasta per tre giorni e tre notti accanto a Grazia davanti alla casa dello studente, fino a che i vigili del fuoco non hanno estratto il corpo di suo nipote Davide Centofanti. Tre giorni e tre notti vissuti nella speranza, finiti nel dolore. Ma Antonietta non si rassegna. E’ una donna forte, ha reagito subito, ha elaborato il lutto pensando solo ad avere giustizia per Davide , Luca Lunari , Marco Alviani , Luciana Capuano , Alessio Di Simone , Francesco Maria Esposito , Huseim Hamade e Angela Pia Cruciano . In otto sono morti tra le macerie. Otto sono le famiglie che hanno aderito al comitato che si costituirà parte civile, con propri avvocati ed esperti in ingegneria e geologia. Antonietta sa che sarà una salita durissima ma avrà l’appoggio di comitati paralleli, composti da genitori degli studenti morti in altri crolli del centro dell’Aquila e dai papà e le mamme dei ragazzi sopravvissuti. Saranno più di cento accanto a chiedere giustizia. Ci sarà anche Gabriele , scampato alla catatrofe che ha guidato i vigili del fuoco tra le macerie della casa di cartapesta per salvare chi era ancora in vita. E ci sarà Antonio Morelli , presidente dell’associazione «vittime di San Giuliano di Puglia» che porterà l’esperienza in processi come questo, dove trovare un colpevole e farlo condannare è difficile. Ma Antonietta non si rassegna, raccoglie dati e nomi. Ricostruisce la storia della casa diventata una tomba. Sa che è stata costruita nel 1963 da un imprenditore aquilano che la vende, un anno dopo, a un industriale farmaceutico che, a sua volta, la trasforma in magazzino, al piano terra, e in appartamenti negli altri piani. Nasce come «civile abitazione» e non come una struttura pubblica, la casa dello studente, e rimane tale anche quando viene venduta all’Enel che la cede a sua volta alla Regione che, infine, la passa in comodato gratuito all’Adsu (l’azienda per il diritto alla studio) che la trasforma in casa per studenti dopo tre interventi di ristrutturazione. Ciascuno dei quali, però, segue l’iter previsto per le abitazioni civili che impone un «coefficiente di protezione 1» del cemento armato, più basso dell’1,4 previsto per le strutture pubbliche. Così un ingegnere del Genio Civile dell’Aquila ora afferma che la casa non sarebbe crollata se il cemento fosse stato più resistente al sisma.
Gli studenti da tempo avevano segnalato all'Adsu che c’erano tante crepe sui muri e che la colonna portante, che partiva dal centro della mensa, era fradicia. Ma quelli dell’Adsu continuavo a ripetere di stare tranquilli perché non c’era alcun pericolo. Già, quelli dell’Adsu - commenta Antonietta - gli sto chiedendo da giorni la mappa della casa dello studente. E’ sparita anche quella. Chi ha sbagliato pagherà» ( fonte il Centro).

Ci saranno poi esponenti del Comitato per la Ricostruzione dell'Irpinia.

Si legge in un recente articolo uscito sul quotidiano Il Tempo. "È questa la fotografia del terremoto dell’Irpinia come è rimasta nella storia della Repubblica; un’immagine che si sovrappone a quella di interi paesi rasi al suolo, di monconi di edifici, di persone in lacrime, di barelle, tende e bare. Su questa catastrofe piovono miliardi che si disperdono in mille rivoli, risucchiati dalla voracità di una classe politica che proprio sulle macerie dell’Irpinia costruisce il proprio potere. L’Irpinia è diventa l’emblema di un Mezzogiorno, sinonimo dello spreco, delle ruberie, del malaffare, della cattiva amministrazione. È il 23 novembre 1980, una lunghissima scossa della durata di un minuto e venti secondi, di magnitudo 6,8 della scala Richter, rade al suolo 36 paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata. 2.735 i morti, 8.850 i feriti. Il disastro naturale è di proporzioni gigantesche.

Le scosse che seminano morte e distruzione a Lioni, Sant’Angelo, Caposele, Calabritto, Conza, mettono a nudo l’arretratezza e la fragilità di quei paesi-presepe antichi e abbandonati, senza piani regolatori e senza piani di fabbricazione che ne preservassero la bellezza e tutelassero la vita di chi li abitava. La storia della ricostruzione dell’Irpinia comincia qui. Su quelle macerie proliferarono vari politici democristiani prima e socialisti dopo, si alternarono commissariati straordinari, commissioni e sottocommissioni ex articolo qualcosa, allargando a dismisura l’area di intervento del terremoto e, soprattutto, la spesa per la ricostruzione.

Nel 1988 un’inchiesta di Indro Montanelli per Il Giornale, querelato dal presidente del Consiglio Ciriaco de Mita, definito «padrino», solleva il velo sulle numerose appropriazioni indebite di denaro pubblico e apre il caso. L’inchiesta avrà come conseguenza la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro che nel 1990 concluderà che i 58.600 rotti miliardi di spese già effettuate (su 70.000 stanziati) sono «finiti nel nulla» o sperperati ivi inclusa quella parte proveniente dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale.

Dalla relazione della Commissione emerge che dopo 10 anni 28.572 persone vivono ancora nella roulotte e nei containers e 4.405 negli alberghi. Ma c’è anche una scia di sangue. Nel decennio che va dal 1980 al 1990, in Campania sono stati feriti magistrati (il procuratore di Avellino Antonio Gagliardi), uccisi consiglieri comunali di opposizione (Mimmo Beneventano ad Ottaviano), assessori e consiglieri regionali (Amato e Delcogliano), minacciati giornalisti ed eliminati funzionari di polizia come Antonio Ammaturo, che aveva capito tutto sul sequestro Cirillo. In una intervista rilasciata pochi mesi prima di essere ucciso sotto casa, al giornalista che gli chiedeva dei rapporti tra camorra e politica così Cirillo rispose: «Ci sono gli appalti del dopoterremoto.

Il politico ha bisogno di voti e spesso si rivolge al capobastone». Più volte Oscar Luigi Scalfaro è stato visto sbiancare e trasalire ogni volta che eccellenti testimoni della «sua» Commissione parlamentare d’inchiesta sul terremoto di Campania e Basilicata, gli parlavano di «imprevisti geologici» per giustificare la costruzione di strade costate all’erario centinaia di miliardi a chilometro, o di improbabili aziende di barche da diporto collocate nelle aree industriali di montagna.

Nell’inchiesta della Commissione parlamentare presieduta da Scalfaro, denominata «Mani sul terremoto» avviata nel 1994, furono coinvolte 87 persone tra cui Ciriaco de Mita, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco de Lorenzo, Giulio Di Donato e lo stesso commissario Zamberletti che aveva coordinato i soccorsi. L’epilogo della vicenda si è tradotto con la prescrizione della maggior parte dei capi d’imputazione mentre per altri reati è stata decisa l’assoluzione
Tra i tanti sprechi e spese gonfiate ci sono alcuni casi eclatanti: la Fondovalle Sele, costata 24 miliardi di lire al chilometro, lo stadio comunale di San Gregorio Magno ( paese di circa 3mila abitanti in provincia di Salerno), costato più dello stadio San Paolo di Napoli. Alcuni giornalisti riuscirono a dimostrare che Avellino era la provincia italiana dove si vendevano più Mercedes e Volvo e dove, dopo il sisma, i possessori di yacht erano passati da 4 a oltre 100. Inoltre negli anni l’area degli interventi si allarga a macchia d’olio.

I comuni effettivamente colpiti erano relativamente pochi: qualche decina i disastrati, un centinaio i danneggiati in modo più o meno grave. Nel maggio dell’81 però un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani classifica come «gravemente danneggiati» (con un grado di distruzione dal 5 al 50% del patrimonio edilizio) oltre 280 comuni: viene ricompresa tutta la provincia di Avellino, Napoli e la popolosissima area metropolitana, 55 comuni del salernitano, 34 del potentino.

Entrare o meno nella lista significa soprattutto essere o no destinatari di sontuosi contributi statali. Due intere regioni, la Campania e la Basilicata, e un pezzetto di una terza, la Puglia, risultano «terremotate»: in totale i comuni ammessi alle provvidenze sono 687. Il groviglio inestricabile di leggi e leggine che a vario titolo hanno regolamentato l’opera di ricostruzione ha oggettivamente favorito una richiesta di investimenti sproporzionata alla realtà dei fatti.

Qualcosa di simile potrebbe accadere anche a L'Aquila...

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