Uno spettro s’aggira fuori le mura dell’Aquila: il brutto...

di Antonio Gasbarrini

29 Luglio 2009   13:55  

Tra il melodramma (il terremoto aquilano e abruzzese recitato in “falsetto” dal Primo Ministro del Governo italiano) e la tragedia (il terremoto vissuto sulla propria pelle dai 70.000 aquilani tuttora esiliati nei lager delle tendopoli o “ricoverati” negli alberghi della costa – con i trecento morti, le migliaia di feriti, la superba, bellissima città distrutta in una manciata di secondi insieme ai suoi borghi viciniori – c’è una differenza sostanziale: nel primo anche la morte e il dolore possono essere parodiati; nella seconda non c’è alcun scampo all’ineludibile verdetto delle tre Parche.

Inoltre, tra il “falsetto” di Sua Maestà il seduttore (a pagamento!) ed il pianto a dirotto o strozzato degli aquilani che hanno più o meno perso tutto (in alcuni casi anche la voglia di sopravvivere), c’è un essenziale nodo gordiano da sciogliere: quale sarà il loro immediato futuro come cittadini di un’Aquila fantasmatica e, sopratutto, di nullatenenti, o meglio di homeless (agg. Che non ha un tetto sotto cui ripararsi e vive per la strada • s.m. e f. Senzatetto SIN senza casa: gli h. delle grandi metropoli).

Patrimonialmente impoveriti con i palazzi, palazzetti e case di civile abitazione da abbattere o da ristrutturare a costi proibitivi (stiamo parlando di circa il 70% degli edifici del centro storico e del 30% di quelli ubicati in periferia e elle frazioni), gli aquilani si troveranno, e già si trovano, nella ingrata situazione di dover affrontare una serie di sopraggiunte spese correnti che stanno incidendo in modo ipernegativo sulle loro attuali dimagrite disponibilità finanziarie (spese di trasporto per gli arredi salvati dal cataclisma; spese per i locali in cui depositarli: per i fitti eccedenti il limite massimo di 400 euro mensili rimborsabili dalla protezione civile; per i carburanti necessari agli spostamenti quotidiani dalla costa; per il mancato reddito da attività produttive e commerciali venute meno; per gli affitti non più riscossi da inesistenti inquilini. Spese in tutto o in sola parte da sostenere anche in mancanza di reddito o di una sua riduzione per la messa in cassa integrazione), e, chi più ne ha più ne metta (di euro) nelle loro bucate tasche.

In questo fosco quadro dipinto non già da un visionario pessimista, bensì da una bruttissima realtà purtroppo rimossa dagli stessi sventurati protagonisti, realtà edulcorata con spregiudicatezza e cinismo da tutte le manipolazioni massmediatiche sino a qui messe in campo con la sapiente regia del Primo Ministro – tra l’altro ben coadiuvato dal Capo delle protezione civile per il quale “Tout va très bien, Madame la Marquise– cos’è nel frattempo successo nel Parlamento italiano? L’approvazione, in uno dei suoi rami, del decreto anti-crisi in cui il Governo ha messo nelle già stracolme tasche degli evasori (per lo più criminali malavitosi-mafiosi) miliardi di euro illecitamente esportati all’estero e contestualmente ha lasciato in quelle degli aquilani le “cartelle esattoriali” con cui dovranno restituire in due anni circa 1 miliardo e mezzo di euro relativi alle ritenute fiscali sospese (vale a dire una buona parte del costo della ricostruzione da programmare nell’immediato).

Nel vergognoso, eticamente inaccettabile doppio e triplo gioco dei parlamentari abruzzesi eletti nel cosiddetto Popolo delle Libertà, i quali hanno avallato con il loro voto la “spregevole porcata” governativa, c’è una precisa strategia politica: trasformare il pieno diritto dei cittadini aquilani ed abruzzesi nell’essere trattati alla pari degli altri italiani colpiti da analoghe calamità naturali, in una postergata, benevola, gratuita elargizione del Grande Benefattore. La cui pelosa prodigalità a scoppio anticipato è stata forse battuta sul filo di lana da un ordine del giorno del Pd (questa volta proposto unitariamente da tutti i parlamentari abruzzesi), approvato all’unanimità dall’Assemblea, con cui viene riconosciuto il principio dell’uguaglianza impositiva tributaria tra i terremotati abruzzesi e quelli marchigiani e umbri.

Mentre aspettiamo di leggere le preannunciate ordinanze operative, ci viene un atroce dubbio. Può un’ordinanza della Protezione civile modificare una legge dello Stato? La risposta ovvia è no, altrimenti con la stessa illegittima prassi potrebbe sancirsi: “Articolo unico: sono abolite tutte le precedenti leggi dello Stato”. Ma il colpo di teatro è ancora possibile: modificare l’iniqua normativa fiscale al Senato, grazie al risolutivo intervento del Grande (si fa per dire) Capo. Staremo a vedere.

Nel frattempo è preannunciata la sua diciottesima visita nella città. A parer nostro, il Primo Ministro continuerà imperterrito a profanare, con le sue propagandistiche passeggiate nei luoghi del lutto e del dolore puntualmente amplificate dai massmedia al supino servizio del Potere, la sacralità di un territorio d’eccellenza storica, architettonica, ambientale, civile e culturale sfigurato dal devastante sisma del 6 aprile.

Eccellenza che meritava e merita ancora – per un serio approccio scientifico alla tremenda complessità da fronteggiare – un intervento governativo radicalmente diverso dalla raffica di slogan con cui gli aquilani e l’opinione pubblica nazionale sono stati sinora raggirati dalle reiterate boutades tipo: “stiamo costruendo villette; in ogni appartamento che sarà assegnato ai terremotati ci saranno lenzuola profumate, frigoriferi pieni e televisori con il mega-schermo”. Per chi ha la memoria corta ci limitiamo a ricordare altre infelici frasi quali: “Nelle accoglienti tendopoli è come stare in vacanza in un camping”; “Per i giovani terremotati saranno organizzate apposite crociere”; “Le mie ville sono a disposizione per accogliere gli sfollati abruzzesi ed aquilani” (ci si riferiva, molto probabilmente, a Bruno Vespa e Gianni Letta”), e via di questo passo.

Da Cassandre incallite quali siamo, prevediamo al contrario che entro la fine dell’anno quasi tutti gli irrisolti problemi nascosti furbescamente sotto il tappeto volante delle “Mille e una notte” (per gli appiedati-terremotati non è poi così difficile scorgerli, basta sollevare, almeno di un po’, la reclinata testa alla stregua dei combattivi Comitati di base) precipiteranno a terra mischiandosi fatalmente con le migliaia e migliaia di tonnellate di macerie che sono ancora tutte lì, precoci reperti archeologici da esibire (a dosi ed in piccolissima parte), agli attoniti sguardi di Capi di Stato e di Governo, first ladies e giornalisti convenuti nel capoluogo abruzzese durante lo scorso G8.

La cara estinta è la città dell’Aquila: esibendo le sue martoriate “carni”agli ospiti convenuti, è scattata psicologicamente una solidale pietas, non tanto per i suoi non-più-abitanti, quanto per chi, a livello istituzionale, li rappresentava. Non a caso i sondaggi favorevoli al Primo Ministro – prima di essere coinvolto negli scandali sessuali “consumati” anche a Palazzo Grazioli – hanno toccato i picchi più alti in coincidenza delle sortite aquilane. Le promesse 4.000 Unità abitative antisismiche in corso d’opera nei 15-20 siti attornianti la città, una volta realizzate, costituiranno per il Primo Ministro un poderoso spot, per di più gratuito, da veicolare in tutto il mondo.

 

Invece, cosa sta realmente accadendo fuori le mura medioevali di questa martoriata città, dove nel girone dell’inferno della “fila continua”, sono incolonnati a passo d’uomo camion, camoniette e betoniere, intervallati, a tratti dalle più familiari automobili? Di tutto e di più. In quelle che erano le vie di scorrimento e di collegamento tra il centro storico e le frazioni o piccoli comuni contigui, ora è un groviglio di lamiere in lento movimento, avvolte quasi sempre da nubi di polvere, con anonimi passeggeri imboccanti prevalentemente i due caselli autostradali percorsi quotidianamente dai terremotati della costa o diretti nei vari cantieri di lavoro. La persistente inagibilità di alcune vitali strade periferiche (dalla Mausonia alle 99 Cannelle, da via della Stazione a Via XX Settembre, dalla Questura a Via Strinella e via dicendo) ha convogliato poi, in un unico attrattoreuestura (il Centro Commerciale L’Aquilone) sia la domanda di vitali beni e servizi, sia l’urgenza di un minimo contatto visivo e fisico tra storditi ex cittadini risucchiati dall’isolamento di una stramba diaspora.

Nelle immediate adiacenze dell’accidentato, irrazionale circuito, è poi tutto un germinare continuo di piccole postazioni dove porchetta e panini la fanno da padrone, mentre tendopoli e casette lignee sorte come funghi in ogni dove, vanno ad alterare profondamente, offendere si può dire, il precedente paesaggio imbevuto esclusivamente di un rassicurante verde, imbrattato definitivamente dalla sinistra possenza di quei blocchi cementizi a tre piani, fratellastri in versione mini dei più noti ecomostri alla Punta Perotti.

Nel caotico puzzle di un brutto che si sta facendo sempre più brutto (con negative ricadute psicologiche di chi è costretto a conviverci), uno spettro s’aggira oggi fuori le mura medioevali in piccola parte disgregate dal sisma; non certamente quello del comunismo di marxiana memoria, ma di una narcotizzante assuefazione al degrado urbanistico ed ambientale in atto.

Per rammemorare e cesellare nella mente il radioso volto di una delle più affascinanti, intriganti città italiane ed europee, rubiamo ancora una volta le parole a Pico Fonticulano:

Il corpo della città è con tant’arte ripartito, che intrandosene da qualsivoglia delle dodeci porte ch’ella ha, si riesce dall’altra per diretto [...] La piazza del mercato è quasi della grandezza di Navoni in Roma, [...] con due fontane, e co’l Duomo da connumerarsene tra gl’ altri belli, nella sua estrema parte di sotto, tutto dal di fuori di quatrate pietre”.

Anche se questa descrizione fatta dal Fonticulano nella seconda metà del Cinquecento non combacia perfettamente con l’attuale numero delle porte, con la settecentesca facciata del Duomo e con le due sculture dei primi del Novecento dello scultore Nicola D’Antino, permaneva un sostanziale accordo di fondo con l’attuale conformazione urbanistico-architettonica del centro storico erede diretto del terremoto del 1703.

La stessa somiglianza ante 3 e 32, e non altra, pretendiamo dalla futuribile ricostruzione di “L’Aquila bella mé” ch’è tutt’altra cosa da “L’Aquila bella mai”...


Antonio Gasbarrini: Critico d’arte – Art Director del Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea Angelus Novus, fondato nel 1988 (L’Aquila, Via Sassa 15, ZONA ROSSA). Attualmente “naufrago” sulla costa teramana. antonio.gasbarrini@gmail.com

 


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