Tra scontri al confine libanese, allerta in Israele e crisi nello Stretto di Hormuz, cresce la pressione internazionale per una soluzione diplomatica condivisa.
Il quadro in Medio Oriente resta estremamente fluido, tra operazioni militari, tensioni diplomatiche e tentativi di riapertura del dialogo. Nelle ultime ore, il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato di aver discusso con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump anche possibili opzioni militari per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, nodo strategico per il transito globale di petrolio.
Secondo quanto dichiarato da Starmer durante una visita in Qatar, è allo studio un piano che combina strumenti politici, diplomatici e, se necessario, anche militari, con il coinvolgimento dei Paesi del Golfo. Il premier britannico ha definito la situazione «fragile», sottolineando la necessità di un impegno internazionale più ampio per evitare nuove escalation.
Nel frattempo, il presidente americano Trump ha criticato apertamente l’Iran, accusandolo di una gestione «inadeguata» del traffico energetico nello Stretto di Hormuz, dove Teheran avrebbe imposto limiti al passaggio delle petroliere. Washington spinge per una de-escalation sul fronte libanese, mentre resta aperto il confronto con l’Iran in vista dei nuovi colloqui previsti a Islamabad.
Sul piano militare, la situazione tra Israele e Hezbollah continua a deteriorarsi. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, ha dichiarato che l’esercito è «in stato di guerra» nel Libano meridionale, escludendo qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco. Parallelamente, il premier Benjamin Netanyahu ha manifestato apertura a negoziati con il Libano, pur ribadendo l’assenza di una tregua con Hezbollah.
Nelle prime ore della giornata, l’intero territorio israeliano è stato interessato da una nuova allerta antiaerea, in seguito al lancio di razzi dal Libano. I sistemi di difesa avrebbero intercettato parte dei vettori, mentre non risultano vittime immediate. Hezbollah ha rivendicato una serie di attacchi missilistici e con droni, intensificando ulteriormente il confronto lungo il confine.
Sul versante diplomatico, Teheran ha confermato la disponibilità a negoziare sulla base di un piano in dieci punti, pur escludendo accordi che possano consentire agli avversari di riorganizzarsi militarmente. Le trattative tra delegazioni iraniane e statunitensi rappresentano, al momento, uno dei pochi canali aperti per ridurre la tensione.
Il contesto resta quindi segnato da un equilibrio precario tra conflitto e dialogo, con la comunità internazionale impegnata a contenere una crisi che coinvolge sicurezza energetica, stabilità regionale e interessi globali.