Il progetto di riforma della medicina territoriale punta a rafforzare le Case di Comunità, ma solleva forti critiche tra i medici di base e le organizzazioni di categoria
Si accende il confronto sul cosiddetto decreto Schillaci, la riforma della sanità territoriale presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che mira a ridefinire il ruolo dei medici di medicina generale. Il provvedimento, illustrato in sede di Conferenza delle Regioni, punta a rendere i medici di base una componente strutturale delle Case di Comunità, con la possibilità – su base volontaria – di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale.
L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una sanità “più efficiente e vicina ai cittadini”, in particolare alle fasce più fragili, attraverso un rafforzamento della rete territoriale. Il decreto, atteso entro il mese di maggio, non elimina l’attuale sistema di convenzione con le Asl, ma introduce un modello ibrido, destinato progressivamente a espandersi.
Uno dei punti più delicati riguarda il sistema di remunerazione: dall’attuale compenso basato sul numero di assistiti si passerebbe a un criterio legato alla partecipazione attiva nella rete sanitaria territoriale e alla gestione dei pazienti cronici.
Il piano si inserisce nel contesto degli investimenti del Pnrr, che ha già finanziato la realizzazione delle Case di Comunità. Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025, risultano attive 781 strutture su un totale di circa 1.715 previste, con l’obiettivo di completare la rete entro il 30 giugno 2026. Questi presidi dovrebbero integrare diverse figure professionali, tra cui pediatri, infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali, con l’intento di alleggerire la pressione sugli ospedali.
Tuttavia, la riforma si inserisce in un quadro già critico. Secondo la Fondazione Gimbe, in Italia mancano oltre 5.700 medici di base e il numero è in costante calo: tra il 2019 e il 2024 si è registrata una diminuzione di 5.197 unità, con un carico medio di 1.383 pazienti per medico, superiore agli standard ottimali.
Proprio per contrastare questa crisi, il ministero intende valorizzare la medicina generale, trasformandola in una vera e propria specializzazione riconosciuta. Una scelta che, nelle intenzioni, dovrebbe rendere la professione più attrattiva per le nuove generazioni.
Nonostante l’apertura delle Regioni, che hanno accolto la bozza con prudente favore, il fronte dei medici di base appare fortemente critico. La Fimmg ha definito il progetto “inattuabile e pericoloso”, denunciando l’assenza di confronto e parlando di una riforma che rischia di “distruggere il medico di famiglia”.
Tra le principali criticità evidenziate, vi è il rischio di escludere una parte significativa dei professionisti attualmente in servizio, a causa dei requisiti legati alla specializzazione. Inoltre, secondo il sindacato, i giovani medici potrebbero essere spinti ad abbandonare la medicina territoriale, aggravando ulteriormente la carenza soprattutto nelle aree più fragili.
Il timore è quello di un effetto domino sul sistema sanitario: aumento degli accessi impropri al Pronto Soccorso, difficoltà nella gestione delle patologie croniche e crescita delle disuguaglianze territoriali.
Il confronto resta aperto, con un nuovo passaggio previsto nei prossimi giorni tra governo, Regioni e rappresentanze di categoria. Una partita decisiva per il futuro dell’assistenza sanitaria in Italia.