Licenziamento improvviso al Dipartimento di Giustizia mentre cresce la pressione sul caso Epstein e si moltiplicano tensioni interne all’amministrazione americana guidata da Trump
Scossone ai vertici dell’amministrazione statunitense con nuovi cambiamenti tra giustizia, difesa e intelligence in un clima politico sempre più instabile
Nuova scossa nella squadra di governo di Donald Trump, che ha deciso di rimuovere dall’incarico la ministra della Giustizia, Pam Bondi, al termine di settimane segnate da tensioni e critiche. A pesare, secondo fonti interne, sarebbe stata soprattutto la gestione dei dossier più delicati, in particolare quello legato ai documenti su Jeffrey Epstein.
L’annuncio è arrivato direttamente dal presidente attraverso i suoi canali ufficiali, con parole di stima nei confronti della ormai ex attorney general, definita una “patriota leale”. Tuttavia, dietro il riconoscimento formale, si nasconde una crescente insoddisfazione per i risultati ottenuti dal Dipartimento di Giustizia, spesso considerati al di sotto delle aspettative.
A guidare temporaneamente il dicastero sarà il vice Todd Blanche, mentre resta ancora incerto il futuro professionale di Bondi, che potrebbe essere destinata a un incarico di rilievo nel settore privato o istituzionale. Secondo indiscrezioni, un ruolo chiave potrebbe averlo avuto anche Susy Wiles, vicina alla ministra ma incapace di evitare il provvedimento.
Nel corso del mandato, Bondi aveva assunto una linea dura nei confronti di diversi avversari politici, tra cui l’ex direttore dell’FBI James Comey e la procuratrice di New York Letitia James, ma molte iniziative si sono concluse senza risultati concreti, alimentando le critiche interne.
Determinante è stato anche il caos nella gestione e diffusione dei file Epstein, tra ritardi, polemiche sulla tutela delle vittime e accuse di scarsa trasparenza. Una vicenda che ha portato alla convocazione della ministra davanti a una commissione della Camera, contribuendo a indebolirne ulteriormente la posizione.
Sul fronte delle possibili successioni, tra i nomi più accreditati emerge quello di Lee Zeldin, mentre il quadro politico resta in evoluzione. Parallelamente, il segretario alla Difesa Pete Hegseth avrebbe chiesto le dimissioni del capo di stato maggiore dell’esercito, Randy George, segnale di una riorganizzazione più ampia.
Non si escludono ulteriori cambiamenti: tra i nomi sotto osservazione ci sarebbe anche Tulsi Gabbard, finita in una posizione isolata dopo le recenti divergenze sulla gestione della crisi con l’Iran.
Il nuovo scenario conferma una linea già nota: l’amministrazione Trump continua a muoversi attraverso frequenti rimpasti, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il controllo politico, ma con effetti che alimentano un clima di crescente instabilità ai vertici istituzionali.