Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un’ulteriore escalation nel conflitto con l’Iran, dichiarando che nelle prossime due o tre settimane Washington è pronta a colpire duramente obiettivi strategici, fino a compromettere le infrastrutture del Paese. Il discorso, pronunciato dalla Casa Bianca, segna il primo intervento ufficiale dall’inizio della guerra e conferma una linea fortemente interventista.
Nel corso di un intervento durato circa venti minuti, il presidente ha sostenuto che le operazioni militari sono ormai prossime al completamento, evidenziando i risultati ottenuti sul campo. Secondo la versione americana, le forze armate starebbero riducendo progressivamente la capacità operativa del regime iraniano, impedendone l’espansione regionale. In caso di mancato accordo diplomatico, Washington sarebbe pronta a colpire anche gli impianti energetici ed elettrici.
Trump ha inoltre criticato apertamente il precedente accordo sul nucleare promosso da Barack Obama, definendolo un errore strategico, e ha rivendicato un approccio più diretto alla crisi. Sul fronte interno, ha tentato di rassicurare i cittadini sottolineando che l’impatto economico, in particolare sui prezzi del carburante, sarebbe limitato e temporaneo.
Il presidente ha poi chiamato in causa i Paesi che dipendono dal traffico energetico nello Stretto di Hormuz, invitandoli a gestire direttamente le conseguenze della crisi. Un passaggio che riflette la centralità geopolitica dell’area, da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale.
Sul piano internazionale, la tensione resta elevata. La Cina ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso forti perplessità sulla strategia americana, giudicando irrealistica un’operazione militare sullo Stretto. Parallelamente, le autorità iraniane hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture legate agli Stati Uniti nel Golfo, mentre fonti indipendenti parlano di oltre 1.600 vittime civili dall’inizio dei bombardamenti.
Secondo analisti internazionali, il rischio è quello di uno shock economico globale, con effetti potenzialmente comparabili alle crisi più recenti, qualora il conflitto dovesse protrarsi. In questo scenario, il confronto tra diplomazia e opzione militare resta aperto, mentre il Medio Oriente continua a rappresentare uno dei principali punti di instabilità mondiale.